Dell’Utri tace sul suo ruolo nella P3

I l senatore del PDL Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e braccio destro del presidente del Consiglio è stato condannato in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi nella procura a Roma indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta P3, si è avvalso, della facoltà di non rispondere. La motivazione del suo silenzio: “A Palermo 15 anni fa”, ha detto dell’Utri, “ho parlato 17 ore e sono stato rinviato a giudizio sulla base della mie dichiarazioni. Ho imparato da allora”. “Sono un indagato provveduto” “mi sono avvalso della facoltà di non rispondere che reputo una regola fondamentale dell’indagato provveduto. Consiglio a tutti gli altri di fare come me”.
Dunque rispondere alle domande delle autorità inquirenti, dicendo la verità e fornendo spiegazioni dei propri comportamenti sarebbe da “sprovveduti”? Dunque si consiglia il silenzio per evitare che la verità porti a un rinvio a giudizio? Il silenzio di fronte a un procuratore non testimonia certo una condotta irreprensibile, chi non ha nulla da rimproverarsi sulla coscienza correrebbe dai magistrati a dichiarare tutta la propria innnocenza. Al di là degli esiti giudiziari e della presunzione di innocenza che vale fino a una eventuale condanna definitiva ritengo che un rappresentante dei cittadini sul quale si addensano ombre così tanto dense, che vanno ad aggiungersi ad una condanna in appello a 7 anni di carcere debba dimettersi per non compromettere ulteriormente la credibilità di un governo già vacillante per gli scandali che si sono susseguiti vorticosamente negli ultimi tempi e hanno avuto per protagonisti Scajola, Brancher, Bertolaso, Verdini, Cosentino. « Io sono politico per legittima difesa. A me delle politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto […] Mi difendo anche fuori [dal Parlamento], ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano”. »Marcello Dell’Utri in un intervista di Beatrice Borromeo su Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2010